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martedì, agosto 19, 2008

L’Università pubblica: per il Governo un bene da dismettere

La società brucia. I morti sul lavoro aumentano, il popolo dei migranti grida giustizia nelle acque di Lampedusa, in economia sfioriamo la recessione, ma il Governo Berlusconi si limita a militarizzare la nostre città sfruttando la complicità dei suoi sindaci-sceriffo e sfrutta la sordina delle settimane estive per destrutturate il bene pubblico dell’alta formazione. Le Università italiane rifiutano il DL 112/2008 con cui il Governo decide di sotterrare l’Università pubblica. Decine di Atenei sono già in stato di agitazione e si preparano alla battaglia d’autunno per difendere quello che rimane del sistema universitario italiano. Dai tempi della Ministra Moratti non si vedeva tanto fermento unitario. Studenti, ricercatori, docenti, personale amministrativo sono unanimi nel rigettare il progetto di dismissione del sistema universitario pubblico. La possibile trasformazione in fondazioni private sottrae gli atenei dalla regolamentazione prevista dal diritto pubblico, mostrando una volontà di disimpegno da parte dello Stato su un ambito cruciale della vita sociale, fondamentale per la formazione critica dei nostri giovani in linea con un sentimento compiutamente democratico. Ma anche la democrazia dalle nostre parti sembra diventare un bene di lusso.

La destinazione dei pochi fondi pubblici verso poli accademici d’eccellenza dimostra la volontà politica di creare un sistema universitario di classe, contro l’idea di un’università di massa e di qualità. La riduzione al 20% del turn over dei pensionamenti impedirà un ricambio tra i nostri docenti riproducendo dinamiche di conflitto intergenerazionale in un sistema dove pochi docenti anziani e garantiti saranno affiancati da migliaia di giovani precari, rendendo pressoché obbligatoria la via della fuga all’estero dei nostri migliori cervelli. L’intera didattica verrà affidata a professori a contratto sottopagati che non potranno fare ricerca perché impegnati a trovare il modo di sopravvivere in una società dove il costo della vita è sempre più caro mentre il costo del lavoro rimane stabile o diminuisce, come nel caso delle Università e degli Enti Pubblici di Ricerca. L’assunzione di docenti con contratti di diritto privato determinerà la formazione di un esercito di professori sotto ricatto permanente, proprio in un paese dove, non a caso, il lavoro accademico era stato tutelato da normative giuridico-salariali per garantirne la piena libertà e con essa il diritto sacrosanto di “disturbare il conducente”.

Una ricerca piegata quindi agli interessi padronali e dei grandi potentati economici che diverranno l’unica vera fonte di sostegno a una forma di conoscenza minima vittima delle leggi di mercato e della concorrenza. Una mostruosità legislativa, dunque, che però sembra piacere alla pseudo-opposizione democratica, se è vero che la “ministra ombra” Mariapia Garavaglia considera addirittura troppo timidi gli interventi del Governo, confermando la nostra convinzione sul Partito democratico che oggi è il vero alfiere di quel pensiero unico neoliberale a cui noi, sulla scorta dei movimenti sociali globali, opponiamo la nostra immagine alternativa di una società di giustizia e di eguaglianza.

Ci saremmo aspettati un giudizio più netto da parte della Conferenza dei Rettori che ha approvato una mozione troppo debole, con il grave limite di muoversi ancora in una prospettiva di normalità istituzionale nei confronti del Governo, rifiutando invece la proposta del Rettore dell’Aquila che aveva chiesto le dimissioni unitarie di tutti i Rettori italiani.

Il Partito della Rifondazione Comunista ha intenzione di svolgere appieno il proprio ruolo di soggetto politico di opposizione e metterà se stesso a disposizione di un grande movimento di lotta per una conoscenza libera e democratica. Settembre è vicino e l’autunno è destinato ad essere riscaldato dall’indignazione di chi oggi vive le difficoltà di un sistema in crisi. Riforma dello Stato giuridico dei docenti, abrogazione del numero chiuso, abolizione del precariato di lungo corso. Intendiamo far valere le nostre ragioni e porre sul piatto della negoziazione politica le nostre proposte e i nostri progetti di riforma che abbiamo elaborato in anni di relazioni proficue con quelle soggettività attive e vitali che ancora credono nella ricerca come proprio orizzonte esistenziale. Auspichiamo che la Ministra Gelmini, a cui chiediamo udienza, non chiuda gli occhi di fronte a un universo in movimento, affinché ascolti le istanze di migliaia di studenti e ricercatori precari, che sono anche le nostre istanze e di tutti coloro che lottano quotidianamente per il loro diritto allo studio e per una vita degna di essere vissuta fuori dalla morsa corrosiva della precarietà.

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martedì, luglio 29, 2008

Comincia una nuova era per la rifondazione comunista

Ancora non mi riprendo dalla stanchezza. Rientro da Chianciano alle 3 del mattino e alle 6 ho già la sveglia che mi ricorda di dover affrontare un’altra giornata intensissima. Sono stati quattro giorni pienissimi. Dalla sveglia alle 7:30 giù di filato fino alle 3 del mattino. Prima la plenaria congressuale e poi le riunioni notturne per definire la strategia con le compagne e i compagni della mia mozione. Assemblee partecipatissime e informali. Riunirmi con Paolo, Ramon,  Claudio e tutti coloro che hanno aderito al documento è sempre interessante. Un clima da social forum. Non c’è mai una decisione predefinita, tutto si decide insieme. Né Paolo né gli altri agiscono senza aver ascoltato il parere dei compagni riuniti in assemblea. Da anni non eravamo più abituati a questa modalità. Si respira finalmente la democrazia come pratica e non come declamazione testimoniale. Paolo si fa insultare e riprendere dai compagni, si mette in discussione costantemente. Penso che il suo stile antieroico è quello che serve a un corpo di militanti da troppo tempo abituati alla subalternità politica e psicologica a un capo. Abbiamo discusso degli accordi, delle tattiche, del merito degli interventi e tutte e tutti siamo responsabili dell’esito del congresso, perché la strategia congressuale l’abbiamo decisa tutti insieme, delegati e non delegati, dirigenti e semplici iscritti. Alla fine ce l’abbiamo fatta. Abbiamo tentato l’accordo unitario anche con i compagni della mozione 2 ma loro non sembravano interessati alla linea politica. Sconfitta nei congressi di circolo l’ipotesi della Costituente erano a quel punto interessati solo all’elezione di Niki. Sarebbe stato veramente anomalo se fosse stato eletto segretario il candidato (l’unico ufficialmente) di una mozione che ha espresso una linea politica a cui il 53% del partito è contraria. Abbiamo cercato l’accordo in commissione politica per giungere a un documento condiviso, ma i compagni della 2 hanno proposto come base da cui partire la relazione introduttiva di Niki al congresso (tra l’altro piena di vaghezze e luoghi comuni). Un’assurdità, e quando hanno capito che Vendola non sarebbe stato eletto hanno abbandonato il tavolo dimostrando il disinteresse a discutere di progetto politico. Non restava che concludere il lavoro in commissione senza il contributo auspicato dei compagni del secondo documento. Il testo è stato materialmente scritto da Giovanni Russo Spena (che lo ha presentato), Alberto Burgio e Walter De Cesaris (quinto documento) e poi emendato e arricchito dalle altre componenti. Alcuni punti sono netti: «Il Congresso considera chiusa e superata la fase caratterizzata dalla collaborazione organica con il PD […] Al contrario è necessario costruire l’opposizione al governo Berlusconi, intrecciando la questione sociale con quella democratica e morale, in un quadro di autonomia del PRC e di alternatività al progetto strategico del PD […] Respinge la proposta della Costituente di sinistra e qualsiasi ipotesi di superamento o confluenza del PRC in un’altra formazione politica. Il tema dell’unità a sinistra rimane un campo aperto di ricerca e sperimentazione […] è indispensabile rafforzare la sinistra di alternativa, avviando una collaborazione fra le diverse soggettività anticapitaliste, comuniste, di sinistra e aggregando le realtà collettive e individuali che si muovono al di fuori dei partiti politici sui diversi terreni sociali, sindacali e culturali […] Riteniamo opportuno favorire ogni elemento di conflitto dal basso nei luoghi di lavoro, la rinascita di un protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, l’emergere di momenti di auto-organizzazione, tutti elementi decisivi affinché la battaglia anticoncertativa assuma una dimensione di massa. In questo quadro è necessario un forte investimento nella costruzione della presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro […] Intrecciati con la questione sociale in senso stretto, sono cresciuti nel paese importanti movimenti di lotta su temi decisivi quali la laicità dello Stato, la difesa della Costituzione repubblicana e antifascista, il rilancio della scuola e dell’università pubblica, il diritto alla libertà di orientamento sessuale e la lotta contro ogni forma di discriminazione, omofobia, violenza alle donne e attacco alle loro libertà, al diritto di scelta e di decisione sul loro corpo […] Il PRC, riprendendo il percorso cominciato a Genova, ribadisce la propria internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e, in questo quadro, la volontà di intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari e le importantissime esperienze latino-americane che si collocano contro le politiche neoliberiste e di guerra, con i popoli in lotta contro l’occupazione militare e per l’autodeterminazione […] In Italia, in vista del prossimo vertice del G8, il PRC si deve impegnare, nelle istanze del movimento contro la globalizzazione, a ricostruire lo schieramento di forze politiche e sociali che condusse la mobilitazione contro il G8 di Genova […] Il Congresso ritiene necessario rilanciare il partito e il progetto strategico della rifondazione comunista ed impegna il nuovo gruppo dirigente a promuovere ed incoraggiare un effettivo e pluralistico dibattito politico e teorico che prosegua nel segno dell’innovazione e della ricerca. In questo quadro, la ricerca sul tema della nonviolenza non riguarda per noi un assoluto metafisico ma una pratica di lotta da agire nel conflitto e nella critica del potere […] E’ necessario impedire ogni degenerazione del partito in senso leaderistico e plebiscitario ed ogni subordinazione del partito alle rappresentanze istituzionali e ai rapporti verticistici con altre forze politiche […] La democrazia non è una forma qualsiasi di funzionamento del partito. Non si deve ridurre alla pura dialettica tra diverse posizioni né confondere in alcun modo con forme plebiscitarie di consenso. Il tesseramento deve essere strumento di partecipazione alla vita del partito, al suo progetto politico e alle sue decisioni. Non deve mai ridursi a strumento burocratico di conta interna. […] Gli organismi dirigenti a tutti i livelli non devono essere retti da una logica elitaria e devono essere fondati sul principio di responsabilità. La rotazione degli incarichi, la non commistione di incarichi di partito con incarichi istituzionali di governo, il rinnovamento costante degli organismi e il superamento del loro carattere monosessuato, l’introduzione di codici etici relativi ai comportamenti connessi ai privilegi sono obiettivi che il Congresso indica come prioritari al nuovo gruppo dirigente […] Il Congresso impegna infine il nuovo gruppo dirigente a lavorare, con gli strumenti opportuni, al miglioramento della formazione di tutti gli iscritti, dai militanti di base ai dirigenti nazionali».

Paolo viene eletto segretario a stretta maggioranza ma propone alla due di entrare in segreteria e di mantenere il tesoriere nella figura del compagno Boccadutri. Difficile pensare a una maggioranza escludente che lascia alla minoranza la cassa del partito, una minoranza che tra l’altro dichiara di costituirsi in corrente e di lavorare in autonomia contro l’attuale gruppo dirigente. Mi dispiace per Niki, perché è un compagno che ho sempre stimato. Ma con questa operazione conferma la serie sterminata di cadute di stile che hanno contraddistinto i suoi interventi a Chianciano. Si sentono altro dal partito ma non rinunciano a utilizzarne gli strumenti e le risorse per costruire qualcosa che sia altro da esso. Intanto adesso si ricomincia a fare politica. Una politica che non ha bisogno di capi e dove tutte e tutti avranno voce in capitolo. Una politica dove anche il segretario potrà essere fischiato senza che questo desti scandalo. Si sono contento. So che sarà difficile ma intanto incasso il risultato. Basta insulti. Ragioniamo tutte e tutti insieme ritrovando l’unità sulla politica. Ne abbiamo bisogno noi e ne ha bisogno l’Italia.  

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martedì, luglio 22, 2008

Dichiarazione del coordinamento della mozione n. 1.

Nel ringraziare il lavoro, l’impegno e la passione profusa da tutti i compagni e le compagne sottoscrittori e sostenitori della mozione congressuale n. 1 (primo firmatario Maurizio Acerbo), il coordinamento della mozione 1 rende noti alla stampa i dati provvisori in nostro possesso, dati scrupolosamente controllati e verificati giorno per giorno e sempre consultabili sul sito della mozione, www.rifondazioneinmovimento.org.
I dati ufficiosi dicono questo: nei 2080 circoli (su 2080 totali, il 100% dei circoli del Prc così censiti alla conferenza organizzativa di Carrara) in cui si è votato, abbiamo registrato un totale di 43.546 voti validi. La mozione 1 raccoglie il 40,3% dei consensi (17.556 voti assoluti), la mozione 2 il 47.3% (20.579 voti assoluti), la mozione n. 3 il 7,7% (3.349), la mozione n. 4 il 3,2% (1384 voti), la mozione n. 5 l’1,5% (668 voti assoluti). Va rilevato che la mozione n. 1 è prevalente al Nord (50,8% contro il 28,6% della mozione 2) e al Centro (44,8% contro il 42,8%) mentre perde il confronto in modo secco solo al Sud (62,4% della mozione n. 2 contro il 29,7% della mozione n. 1) e, di molto poco, nelle Isole (50,6% alla mozione 2 contro il 41,3% alla mozione 1). Infine, nelle circoscrizioni Estere - sulle quali i compagni della mozione n. 2 hanno fatto una troppo facile e molto poco rispettosa ironia, sul “peso” del voto dei compagni residenti all’Estero (10 i circoli) - la mozione 1 raccoglie il 42,6% dei voti, la mozione n. 2 il 10,6% e la mozione n. 3 il 41,5%.
Altro dato importante da far notare è che la mozione n. 1 vince il confronto in 12 regioni italiane su 22 (Abruzzo, Sicilia, Piemonte, Liguria, Lombasrdia, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Trentino Alto-Adige, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria) contro le 8 regioni in cui prevale la mozione n. 2 (Lazio, Sardegna, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Molise, Vallle d’Aosta), ma soprattutto che prevale in ben 953 circoli contro gli 803 della mozione 2, mentre in 160 circoli prevale la mozione n. 3 (Pegolo), in 41 la mozione n. 4 (Bellotti), in 29 circoli la mozione n. 5 (De Cesaris), e 95 sono i “pareggi”.
Per quanto riguarda, infine, il numero delle federazioni del Prc, la mozione n. 1 prevale in 69, la mozione n. 2 in 42, la mozione n. 3 in 2, la n. 4 in una. Dal punto di vista numerico, dunque, la mozione n. 1 è quella prevalente e meglio distribuita, in senso politico come geografico, nel tessuto del partito, e la mozione n. 2 “vince” il congresso, in quanto è maggioranza relativa, solo grazie agli oltre 10 mila voti raccolti al Sud e concentrati nella loro stragrande maggioranza in sole tre regioni: Campania, Calabria e Puglia.

Questi i dati e le cifre, nude e crude, di un primo bilancio della stagione congressuale del Prc, anche se è da rilevare che i lavori della commissione congressuale nazionale non sono ancora terminati, dati ufficiali non sono stati ancora diffusi e che, soprattutto, le regole che la commissione si e’ data sono a garanzia di tutto il partito, è dunque davvero irresponsabile continuare a metterle in discussione, a pochi giorni dal congresso stesso.
La mozione 2 puo’ rivendicare tutti i tipi di maggioranza - in ogni caso “relativa” e dunque ben lontana dall’unica maggioranza vera e indiscutibile, quella “assoluta” - che vuole, ma resta il punto: nessuno ha vinto il congresso e una ricomposizione unitaria non puo’ che partire da questo dato. E cioe’ dal fatto che nessuna delle mozioni congressuali ha i numeri per far valere, da sola, il proprio progetto politico. L’ipotesi di costituente della sinistra, però, e’ stata sonoramente bocciata, dai compagni e dalle compagne iscritte al Prc, visto che non ha raggiunto - come pure era stato piu’ volte annunciato dai suoi sostenitori - la maggioranza assoluta dei consensi e che tutte le altre mozioni esplicitamente contengono, nei loro documenti congressuali, il rifiuto di tale prospettiva.

A Chianciano, il partito discuterà, dirà la sua liberamente, e troverà le sue conclusioni. A Chianciano, appunto, non prima. Di certo non attraverso le “veline” passate ai giornali.

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venerdì, luglio 18, 2008

Nelle Università è proclamato lo stato di agitazione

Aumentano giorno dopo giorno le iniziative di informazione e protesta contro il D.L. 112/2008 presentato dal Governo e che entro il 25 agosto dovrà essere convertito in Legge. Studenti, docenti, ricercatori e amministrativi si mobilitano contro l’ipotesi di abbattimento del sistema universitario nazionale. Si moltiplicano le prese di posizione ufficiali da parte degli organi accademici contro la proposta di tagliare mezzo miliardo di euro del Fondo di Finanziamento Ordinario; contro la volontà di ridurre di fatto le già basse retribuzioni dei nostri ricercatori che già in passato l’Europa ci invitò correggere, ma al rialzo; contro la limitazione al 20% del turn-over per gli anni 2009-2011, impedendo il necessario ricambio generazionale, con la conseguenza di un ulteriore invecchiamento dei nostri docenti e rendendo irreversibile il processo di precarizzazione della ricerca e delle vite dentro i nostri Atenei; contro la prospettiva, condivisa anche dal PD, di trasformare le nostre Università in fondazioni private con il rischio, vista la grave crisi economica, di una totale alienazione dei beni immobili pubblici in favore di enti privati che potranno gestirli arbitrariamente senza eccessivi vincoli di rendicontazione.

Mai un Governo nazionale si era spinto così oltre. La destra propone di abbattere decenni di conquiste sociali per un sistema universitario democratico e di massa, e lo fa, ironia della sorte, proprio quando si celebrano i quarant’anni dalle grandi mobilitazioni del ’68. All’epoca si lottava contro l’autoritarismo, per una maggiore partecipazione di studenti e lavoratori ai processi decisionali interni agli Atenei, per un’Università come spazio pubblico laico dove produrre sapere critico e coscienza di trasformazione. Oggi ci viene proposta l’immagine opposta di un sapere frammentato in atomi di conoscenza, con il diritto allo studio limitato da un’immagine elitaria dell’Accademia pensata quindi per riprodurre le disuguaglianze di classe presenti in società. Università privatizzate, tasse inaccessibili, concorrenza sfrenata tra atenei, precarizzazione delle carriere, contratti di diritto privato per docenti e amministrativi, corsi di laurea a numero chiuso. Questa è l’Università della destra al Governo, questa deve essere la ragione della nostra opposizione sociale e politica.

Rifondazione Comunista si impegna a promuovere ovunque iniziative di mobilitazione e di partecipare alle lotte democratiche di studenti e lavoratori della conoscenza ovunque esse si realizzino. Il nostro obiettivo è quello di sollecitare un grande movimento unitario che si opponga alla processo di distruzione dell’Università pubblica costringendo l’Esecutivo a ritirare questo decreto vergognoso sui cui Fini ha già dichiarato che probabilmente il Governo porrà la questione di fiducia. La destra si presenta con il suo volto più aggressivo e reazionario producendo un connubio pericoloso di autoritarismo e liberismo sfrenato. A questo dobbiamo saper contrapporre la forza d’urto di un Università in movimento, vitale e democratica. Dobbiamo gridare con forza la nostra idea di conoscenza come bene comune.

Chiediamo maggiori risorse per il diritto allo studio, perché vogliamo un’Università che non sia di pochi. Chiediamo l’abrogazione del numero chiuso in tutti gli Atenei, perché l’accesso alla conoscenza non può essere limitato per via amministrativa. Chiediamo un investimento straordinario per un reclutamento di nuovi ricercatori interrompendo il vortice della precarizzazione. Chiediamo una riforma della docenza, separando definitivamente reclutamento e carriera con un conseguente adeguamento stipendiale. Chiediamo insomma che l’alta formazione in Italia sia ciò che non è mai stata: una priorità per il legislatore, perché non ci può essere società veramente democratica senza un sistema di formazione pubblico e di massa.

Anche per discutere di questo martedì 22 alle 10:30 presso l’Aula A del Dipartimento di Scienze Cliniche (Policlinico Umberto I, ingresso da viale del Policlinico), le principali organizzazioni della docenza con l’Flc-Cgil, l’Unione degli Universitari, la Rete Nazionale dei Ricercatori Precari, si sono date appuntamento per discutere il Decreto e pianificare una nuova stagione di lotta, in attesa che anche la Conferenza dei Rettori e il Consiglio Universitario Nazionale prendano posizione. Il Dipartimento Nazionale Università e Ricerca di Rifondazione Comunista ci sarà e invita tutte e tutti a partecipare in massa. Questa volta non possiamo perdere.

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mercoledì, luglio 16, 2008

La violazione dei diritti umani non sarà mai prescrivibile

Sulle torture di Genova 2001 si è decisa la via dell’omertà. Una sentenza che nega i gravi fatti accaduti nella caserma di Bolzaneto. Chiesti 76 anni, condannati in 15 a 24 anni, che grazie alla precrizione, non  andranno in galera. Ma le responsabilità politiche le conosciamo, e possono e devono essere denunciate.
Da parte nostra, a partire da queste giornate di Genova, continueremo a lavorare affinché vada messa sotto accusa l'intera catena di comando che ha pianificato e realizzato la repressione al G8 di Genova

 

Dichiarazione di Italo Di Sabato – responsabile naz.le Osservatorio sulla Repressione PRC/SE:

 

Un dato è certo: violenze e torture da parte di poliziotti e personale medico a Balzaneto, durante il G8 nel luglio 2001 sono avvenute, anche se la sentenza emessa dalla magistratura genovese  ha accertato solo specifici episodi.

Ma un altro dato emerge dalla sentenza: la violazione dei diritti umani per i giudici di Genova è un reato lieve destinato alla prescrizione. E’ pur vero che in questi anni il parlamento è stato incapace di approvare una legge sulla tortura, ma quello che si è accertato dalla requisitoria dei PM è che a Bolzaneto furono commesse violenze inaccettabili.

Da parte nostra, a partire dagli appuntamenti del prossimo fine settimana a Genova, continueremo a lavorare affinché vada messa sotto accusa l'intera catena di comando che ha pianificato e realizzato la repressione al G8 di Genova.

Le 15 flebili condanne andranno anche in prescrizione, ma le responsabilità politiche possono e devono essere individuate, perchè i protagonisti, a partire dall'allora capo della polizia Gianni De Gennaro, sono tuttora ai vertici delle istituzioni.

Non esiste alcuna possibilità che le violenze poliziesche di piazza, che hanno portato all'uccisione di Carlo Giuliani e all'aggressione a migliaia di manifestanti, così come le torture e i pestaggi a Bolzaneto e alla scuola Diaz possano essere frutto di iniziative casuali e spontanee da parte di singoli.

La mancata istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta anche da parte di un governo di centrosinistra, pesa come un macigno sull'isolamento in cui la magistratura genovese è stata lasciata nella ricerca della verità e della giustizia sui fatti del G8.

          

Una riflessione di Vittorio Agnoletto allora portavoce del Genoa Social Forum

Il tribunale di Genova ha riconosciuto che le vittime hanno raccontato la verità,  a Bolzaneto vi sono state le violenze che abbiamo ascoltato in questi mesi nelle aule del tribunale ligure . La stessa verità che da quel maledetto luglio il GSF e tutto il movimento hanno continuato a ripetere. Decidendo che le vittime  hanno diritto ad un risarcimento, che sarà poi definito in sede civile, i giudici hanno riconosciuto come verità giudiziaria quanto fino ad ora era una verità  affermata da chi quelle violenze le aveva subite. Nessuno d’ora in avanti potrà più mettere in dubbio quello che è accaduto dentro quella caserma trasformata in un girone infernale. L’obbligo rivolto ai ministeri dell’Interno e della Giustizia di partecipare direttamente ai risarcimenti acquista un preciso significato politico: vi sono anche responsabilità politiche per quello che in quei giorni è accaduto a Bolzaneto e queste responsabilità vanno ricercate nei ministeri diretti allora da Scajola e Castelli. Ed infatti l’avvocatura dello Stato, proprio per evitare di ritrovarsi in questa imbarazzante situazione dai forti significati politici, aveva dichiarato, durante il dibattimento, di non voler assumersi alcuna responsabilità nei risarcimenti. Per questo appaiono ingiustificate le dichiarazioni con le quali Castelli  cerca di far emergere dalla sentenza del tribunale un’assoluta estraneità ed una piena assoluzione per i vertici  politici di allora. Ma proprio il fatto che la Corte non abbia messo in discussione le testimonianze delle vittime rende ancora più inaccettabile la sentenza; appaiono evidenti le compatibilità dentro le quali si è mossa la Corte ed il loro preciso significato politico. I fatti sono veri, le violenze vi sono state, ma nella maggioranza dei casi non sappiamo chi le ha commesse e comunque sono episodi che non prevedono delle aggravanti a carico di chi è stato giudicato colpevole. Questa in estrema sintesi è stata la posizione del collegio giudicante; quindi per i giudici il taglio di capelli di Taline Ender e Saida Teresa Magana, lo strappo della mano divaricata a forza di Giuseppe Azzolina, il cappellino con falce e un pene al posto del martello fatto indossare a Thorsten Meyer Hinnric, la testa nella tazza del cesso, le minacce di morte, di sodomia e di stupro  non sono reati gravi, non sono comportamenti in contrasto con le convenzione internazionale sui diritti umani, non sono violenze per le quali deve essere contestato il reato l’abuso d’ ufficio doloso, indicato dai pubblici ministeri in sostituzione del reato di tortura non ancora previsto dal nostro ordinamento giudiziario. Solo ad Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, infatti, i giudici hanno confermato l’ impostazione accusatoria, confermando il reato di abuso d’ufficio. In nessun altro Paese dell’Europa occidentale potrebbero essere accettate simili affermazioni. Quando nella commissione Diritti Umani del parlamento europeo discutiamo ad esempio della  Turchia comportamenti simili a quelli verificatisi a Bolzaneto e nelle giornate genovesi vengono considerati in contrasto con l’acquis comunitario (l’insieme dei diritti e degli obblighi dei paesi UE) e vanno ad aggiungersi ai molti ostacoli che fino ad ora  hanno reso impossibile dare il via libera all’entrata della Turchia nell’UE. Risibile appare l’entità delle condanne attribuite, solo per fare alcuni esempi, a Perugini e al dott. Toccafondi,    se paragonate con la quantità delle precise e documentate testimonianze a loro carico. Per non parlare dell’assoluzione dell’allora colonnello della polizia penitenziaria, oggi generale, Oronzo Doria, non a caso il più in alto in grado tra gli ufficiali presenti a Bolzaneto. Sono stati condannati, e con il minimo della pena, solo coloro per i quali non vi era alcuna possibilità di negare le responsabilità dirette in atti di assoluta illegalità L’omertà diffusa a tutti i livelli tra le varie forze dell’ordine coinvolte a Bolzaneto, omertà  più volte denunciata dai pubblici ministeri, anziché essere indicata dai giudici come colpa grave da addebitare anche ai piani alti dei responsabili dell’ordine pubblico è stata utilizzata per attribuire trenta assoluzioni. I giudici, con il già citato coinvolgimento di due ministeri nell’obbligo del risarcimento, hanno lasciato aperto, ma senza entrare nel merito, il dibattito su eventuali responsabilità politiche, ma hanno tutelato in ogni modo tutta la catena di comando delle forze dell’ordine. Ed è questo l’aspetto più grave di quanto accaduto lunedì a Genova e fortemente sottovalutato dagli organi d’informazione. Come avviene da decenni in Italia ogni volta che sotto processo finiscono degli uomini in divisa scattano, dentro e fuori dalle aule del tribunale, meccanismi  ormai ben collaudati  tesi a negare ogni responsabilità  e a evitare ogni permanenza in carcere, dei poliziotti,  dei carabinieri e degli agenti dei servizi segreti. Potremmo riempire una pagina per ricordare tali episodi: da piazza Fontana alla morte di Roberto Franceschi, dall’assassinio di Luca Rossi a quello di Carlo Giuliani e di Federico Aldrovandi, solo per citarne alcuni. E quando qualcuno tra i tutori dell’ordine finisce in carcere il più delle volte è per aver perso il confronto interno con una cordata più forte. Ma questa volta la partita è ancora più grande; la sentenza di ieri guarda ostinatamente al processo della Diaz che arriverà a conclusione tra qualche mese: lì la catena di comando della polizia è direttamente coinvolta fino al massimo grado. Fino agli intoccabili. Coloro che nel luglio del 2001 avevano la responsabilità massima dell’ordine pubblico a Genova e che poi in questi anni, con la compiacenza  di tutti i governi che si sono succeduti, hanno dispiegato una ragnatela che non lascia fuori nessun settore delle nostre forze dell’ordine  e dei nostri servizi. Questa è la linea invalicabile di fronte alla quale si è fermata la sentenza su Bolzaneto; una sentenza che colpisce pesantemente anche tutti coloro, e ce  ne sono tanti,  che nella magistratura o tra le forze dell’ordine cercano di far rispettare i valori della nostra Costituzione. Questa  è la linea di fronte alla quale il mondo politico, quasi nella sua totalità, si arresta impaurito o deferente come si è potuto vedere per l’ennesima volta in occasione della mancata istituzione della commissione d’inchiesta. Questo è un aspetto non secondario della questione democratica in Italia, che in troppi si ostinano a non voler vedere.  

 

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lunedì, luglio 14, 2008

Vi invito a leggere alcuni  stralci delle "riflessioni" del compagno Fidel Castro pubblicate su Liberazione (stranamente) del 13 Luglio. Sono state scritte mercoledì 9 luglio e si intitolano nella versione originale "Il riposo". L'incontro tra Fidel e il suo vecchio amico, nonché premio Nobel per la letteratura, Gabriel García Márquez è avvenuto martedì 8 luglio.

 

Gabo mio, quanta solitudine per gli sfruttati della terra

Ieri avevo una montagna di dispacci d'agenzia con notizie sulla riunione in Giappone delle potenze più industrializzate… Ho deciso di riposare. Ho preferito incontrarmi con Gabo e sua moglie, Mercedes Barcha, che fino a venerdì sono in visita a Cuba. Che desiderio avevo di parlare con loro e ricordare i quasi 50 anni di sincera amicizia!
La nostra agenzia di notizie, su suggerimento del Che, era appena nata, e contrattò, tra gli altri, i servizi di un modesto giornalista d'origine colombiana, che si chiamava Gabriel García Márquez.
Né Prensa Latina, né Gabo potevano supporre che di mezzo c'era un Nobel; lui forse sì, con l'incredibile immaginazione del figlio del telegrafista della posta di un paesino della Colombia, perso tra i latifondi di banane di un'impresa yankee. Condivideva il suo destino con un sacco di fratelli, come era abitudine, e nonostante ciò, suo padre, un colombiano che godeva del privilegio d'avere un lavoro grazie alla tastiera telegrafica, ebbe la possibilità di mandarlo a studiare.
Io vissi un'esperienza opposta. L'ufficio postale con la sua tastiera telegrafica e la scuola pubblica di Birán erano le uniche strutture di quella borgata che non erano proprietà di mio padre; tutti gli altri beni e servizi con un valore economico erano di Don Ángel, e perciò ho potuto studiare. Non ho mai avuto il privilegio di conoscere Aracataca, il paesino dove è nato Gabo, al contrario quello di celebrare con lui il mio settantesimo compleanno a Birán, dove lo invitai.
Nel 1948, mentre su nostra iniziativa si stava organizzando in Colombia un Congresso Latinoamericano degli Studenti, il caso volle che la capitale di quel paese fosse sede anche della riunione degli Stati latinoamericani che, seguendo il modello statunitense, stavano creando l'Oea. Gli studenti universitari colombiani mi fecero l'onore di presentarmi Gaitán. Questi ci sostenne e ci consegnò degli opuscoli del noto Discorso della Pace, pronunciato in occasione della Marcia del Silenzio, la massiccia e impressionante manifestazione che sfilò per Bogotà, in protesta contro i massacri dei contadini commessi dall'oligarchia colombiana. Gabo partecipava a quella marcia.

Fin qui il caso. La nostra amicizia è stata il frutto di un rapporto coltivato per molti anni in cui il numero di conversazioni, per me sempre piacevoli, sono state centinaia. Parlare con García Márquez e Mercedes, quando venivano a Cuba si trasformava in una ricetta contro le forti tensioni che, incoscientemente, ma costantemente, viveva un dirigente rivoluzionario cubano.
Proprio in Colombia, in occasione del IV Vertice Ibero-americano, gli anfitrioni organizzarono una passeggiata in carrozza lungo le mura di Cartagena, una specie di Avana Vecchia, una reliquia storica protetta. I compagni del Servizio di Sicurezza cubano mi dissero che non era conveniente partecipare al giro programmato. Pensai che si trattava di una preoccupazione esagerata. Ma ho sempre rispettato la loro professionalità e ho sempre cooperato con loro.
Chiamai Gabo, che era vicino, e gli dissi scherzando: «Monta con noi su questa carrozza, così non ci sparano!». E così fece. A Mercedes, che rimase al punto di partenza, aggiunsi nello stesso tono: «Sarai la vedova più giovane». Il cavallo partì arrancando con il suo pesante carico. Gli zoccoli scivolavano sul selciato. Seppi in seguito che lì accadde come a Santiago del Cile, quando durante un'intervista mi puntarono una telecamera contenente un'arma automatica e il mercenario non ebbe il coraggio di sparare. A Cartagena erano nascosti in un punto delle mura con fucili telescopici e armi automatiche e quelli che dovevano premere il grilletto ancora una volta tremarono. Il pretesto fu che la testa di Gabo, interponendosi, impediva la mira.

Durante la nostra conversazione, ho ricordato e domandato a lui e a Mercedes di un'infinità di temi da noi vissuti a Cuba e all'estero. Hanno occupato uno spazio del nostro incontro la Fondazione del Nuovo Cinema Latinoamericano, creata da Cuba e presieduta da García Márquez, posta nell'antica villa di Santa Bárbara e la Scuola del Nuovo Cinema Latinoamericano che dirige quella Fondazione, sita nelle vicinanze di San Antonio de los Baños.
Gabo si guadagnò il mio rispetto e la mia ammirazione per la sua capacità d'organizzare meticolosamente la scuola, senza dimenticare un solo dettaglio. L'avevo creduto, per pregiudizio, un intellettuale colmo di una meravigliosa fantasia; ignoravo quanto realismo possedesse la sua mente.

Abbiamo ricordato decine di fatti accaduti a Cuba e all'estero, in cui siamo stati entrambi presenti.

Quante cose succedono negli anni! Due ore di conversazione, come è logico, non sono bastate. Li ho invitati a pranzare, cosa che non ho fatto con nessun altro visitatore in questi quasi due anni. Ho capito d'essere realmente in ferie e gliel'ho detto. Ho improvvisato. Ho trovato una soluzione. Hanno mangiato il loro pranzo e io ho disciplinatamente seguito la mia dieta, senza cambiare una virgola, non per aggiungere anni alla vita, ma produttività alle ore.
Appena arrivati, mi hanno consegnato un piccolo e gradevole regalo avvolto in una carta con colori sgargianti e vivi. Conteneva dei piccoli volumi un po' più grandi di una cartolina postale, ma meno lunghi. Ciascuno conteneva da 40 a 60 pagine, con caratteri minuti, però leggibili. Sono i discorsi pronunciati a Stoccolma, la capitale della Svezia, da cinque dei Premi Nobel per la Letteratura concessi negli ultimi sessant'anni. «Perché tu abbia del materiale di lettura», mi ha detto Mercedes consegnandomelo.
Prima che se ne andassero, alle cinque del pomeriggio, gli ho chiesto altre informazioni sul regalo. «Ho trascorso le ore più gradevoli da quando mi sono ammalato, quasi due anni fa», gli ho detto senza esitare. È ciò che ho provato. «Ce ne saranno delle altre», mi ha risposto Gabo.
Però la mia curiosità non cessava. Poco dopo, mentre camminavo, ho chiesto a un compagno di portarmi il regalo. Cosciente del ritmo con cui è cambiato il mondo negli ultimi decenni, mi domandavo: "Che cosa avranno pensato alcuni di quei brillanti scrittori vissuti prima di questa turbolenta e incerta epoca dell'umanità?". I cinque Premi Nobel selezionati nella piccola collezione di discorsi, che chissà un giorno i nostri compatrioti potranno leggere, sono in ordine cronologico: William Faulkner (1949), Pablo Neruda (1971), Gabriel García Márquez (1982), John Maxwell Coetzee (2003), Doris Lessing (2007).
A Gabo non piaceva pronunciare discorsi. Ricordo che trascorse dei mesi cercando dati, angosciato dalle parole che doveva pronunciare per ricevere il Premio. La stessa cosa gli successe con il breve discorso che doveva pronunciare durante la cena offerta dopo il Premio. Se quello fosse stato il suo mestiere, è sicuro che Gabo sarebbe morto d'infarto. Non bisogna dimenticare che il Nobel viene concesso nella capitale di un paese che da oltre 150 anni non ha patito lo scempio di una guerra, guidato da una monarchia costituzionale e governato da un partito socialdemocratico, in cui un uomo così nobile come Olof Palme fu assassinato per il suo spirito solidale con i paesi poveri del mondo. Non era facile la missione che doveva sostenere Gabo.
Per nulla sospettabile di essere filocomunista, l'istituzione svedese assegnò il Premio Nobel a William Faulkner, un ispirato e ribelle scrittore nordamericano; a Pablo Neruda, militante del Partito Comunista, che lo ricevette nei giorni gloriosi di Salvador Allende, quando il fascismo cercava di impadronirsi del Cile, e a Gabriel García Márquez, geniale e prestigiosa penna della nostra epoca. Non è necessario dire come la pensava Gabo. Basta semplicemente trascrivere i paragrafi finali del suo discorso, un gioiello della prosa, mentre riceve il Premio Nobel il 10 dicembre 1982, quando Cuba, degna ed eroica, resisteva al blocco yankee.
«Un giorno come oggi, il mio maestro William Faulkner disse in questo luogo: "Mi nego ad ammettere la fine dell'uomo"», disse. «Non mi sentirei degno d'occupare questo posto che fu suo, se non avessi la piena coscienza che per la prima volta dalle origini dell'umanità, il disastro colossale che si rifiutava d'ammettere trentadue anni fa è ora nient'altro che una semplice possibilità scientifica. Dinnanzi a questa realtà impressionante che dovette sembrare un'utopia durante tutto il tempo umano, noi inventori di favole, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non è ancora troppo tardi per intraprendere la creazione dell'utopia contraria». «Una nuova e devastante utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri addirittura il modo in cui morire, dove davvero sia certo l'amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cento anni di solitudine abbiano finalmente e per sempre una seconda opportunità sulla terra».

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domenica, luglio 13, 2008

Ecco di seguito il mio intervento al congresso romano di Rifondazione, cominciato venerdì 11 in un clima di forte tensione. Si concluderà questo pomeriggio. I frequentatori assidui di questo blog già conoscono parte di queste riflessioni .... 

  

Care compagne e cari compagni,

Dopo la disastrosa sconfitta elettorale subita dal cartello unitario della sinistra è nostro dovere affrontare questa fase sapendo che la via della ricostruzione è impervia e impone lo sforzo unitario di tutte le compagne e i compagni che hanno creduto e credono nel progetto della rifondazione comunista.

Un Congresso serve a scegliere la linea politica di un partito, non il suo capo. Per questa ragione molte e molti di noi non hanno apprezzato la scelta di chi si è precocemente candidato alla segreteria nazionale del partito cercando consenso nell’opinione pubblica e nei mass media prima ancora che le compagne e i compagni dei circoli potessero esprimersi sul suo progetto politico. In questo modo si rischia infatti di essere recidivi su uno degli atteggiamenti che negli ultimi anni hanno prodotto una graduale ma continuativa disaffezione da parte dei nostri iscritti con una conseguente crisi di militanza. L’opzione americanizzante di un partito d’aria con un capo d’acciaio si è dimostrata nel lungo periodo fallimentare. Può funzionare in una congiuntura positiva ma mostra tutta la sua debolezza nei momenti di difficoltà, come si è visto nitidamente alle ultime elezioni.

Per organizzare l’opposizione sociale e politica al governo delle destre occorre un partito forte e non per questo chiuso dentro i recinti consolatori della sua burocrazia. Un partito in grado di radicarsi nei territori e nei luoghi della contraddizione confrontandosi e contaminandosi sempre con gli altri soggetti di conflitto. Questo richiede un lavoro di inchiesta che ci permetta di riconoscere quelle contraddizioni sociali che nell’epoca della globalizzazione neoliberista si manifestano in maniera nuova ponendo un problema serio di soggettivazione politica.

Questo ci porterà inevitabilmente a ridiscutere alcune nostre vecchie convinzioni. A lungo siamo stati convinti che l’essere sociale determinasse la coscienza individuale e che la classe in sé, attraverso il semplice lavoro politico, magari attraverso il collateralismo sindacale, fosse per necessità storica destinata a trasformarsi in classe per sé. Oggi sappiamo che questa connessione non è scontata. La crisi della grande fabbrica e la precarietà trasformata in campo di conflitto esistenziale producono una divaricazione tra condizione sociale e attitudini politico-culturali, anche a Roma, la città più precaria d’Italia grazie al suo “modello” a cui non siamo riusciti a contrapporci sufficientemente. Questo ci fa capire che la partita da giocare oggi è anche quella della “produzione di senso”, perché i conflitti si animano dentro la ricerca di una ragion d’essere che abbiamo il dovere di decifrare.

In questo senso non basta affermare l’esigenza di ripartire dal lavoro e dai territori ma occorre in primo luogo comprenderne la nuova geografia, per opporre il nostro progetto rivoluzionario e di trasformazione sociale al disegno egemonico che ci propone la destra, fatto di populismo, protezionismo e politicizzazione della paura sociale. Un disegno a cui il partito democratico, nel suo tentativo di rispettare le compatibilità esistenti, è inevitabilmente subalterno. Questo ci mostrerà il mutamento radicale della composizione di classe e la sua frantumazione determinata dalla fluidità dei nuovi modelli di produzione, dalla crisi della grande fabbrica e dalla precarizzazione delle vite a cui noi dobbiamo saper contrapporre il senso di una nuova comunità solidale e di trasformazione.

Nell’attualità del conflitto capitale-lavoro, dobbiamo imparare a leggere ancora meglio la nuova tendenza del capitalismo cognitivo e della globalizzazione neoliberista dove la domanda sociale di sapere diventa un nodo di conflitto perché ripropone in forme inedite la contraddizione fra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione, contenendo quindi implicitamente una domanda di socialismo.

Studenti, docenti, ricercatori, lavoratori della conoscenza sono oggi portatori in positivo di questa contraddizione che noi dobbiamo valorizzare affermando con forza la nostra idea di conoscenza come bene comune non mercificabile né privatizzabile. Questa consapevolezza deve animare il nostro lavoro politico a maggior ragione nella nostra città che ospita tre Atenei pubblici tra cui la più grande istituzione universitaria d’Europa.

Oggi queste istituzioni e chi le vive e ci lavora ogni giorno devono essere difese dalle spinte reazionarie rappresentate, da un lato, dai progetti di riforma annunciati e in parte avviati dal Governo Berlusconi; dall’altro, dall’insopportabile infiltrazione di soggetti antidemocratici che fanno riferimento esplicito alla storia, alla cultura e soprattutto alle pratiche nazifasciste.

Non possiamo farci schiacciare dalla morsa regressiva di chi, da un lato, ci propone una Università di classe dove sia impedito il libero accesso alla conoscenza e chi, dall’altro, riduce a colpi di coltelli gli spazi della democrazia contribuendo all’immagine di una Università deprivata del suo ruolo di spazio pubblico generatore di coscienza politica e sapere critico. Nel mezzo di questa tenaglia reazionaria esiste un terreno fertile per la produzione di conflitto.

È presumibile che immediatamente dopo la pausa estiva avranno inizio le mobilitazioni nelle Università contro i progetti di riforma della neoministra Gelmini che ci propone una Università di classe, precaria e privatizzata distruggendo quarant’anni di conquiste democratiche per una educazione accessibile a tutte e tutti. È nostro dovere essere presenti, giocando un ruolo propulsivo nella formazione di un grande movimento cittadino e nazionale che coinvolga studenti, ricercatori precari, docenti, tecnici e costruisca insieme a loro una rete di mobilitazione insieme a tutti i soggetti sociali e politici che siano disponibili ad avviare un processo di lotta unitaria. Perché così si costruisce l’unità della sinistra, non attraverso incontri separati di ceto politico.

Vi faccio una proposta. I primi di settembre come ogni anno si avvieranno i test di ammissione alle Facoltà universitarie. Quell’occasione potrà essere un banco di prova in cui il partito romano potrà mostrare la sua coscienza sociale e la sua capacità di mobilitazione. Organizziamo insieme, tutte e tutti, una grande campagna di disobbedienza civile per arrivare a un boicottaggio dei test. Gridando con forza la nostra convinzione che la conoscenza in democrazia non può essere a numero chiuso. In questo modo rilanciamo il partito. Non mi vengono in mente strade alternative al conflitto e alla mobilitazione.  

In questo contesto, l’ipotesi di una “rifondazione” senza aggettivi o di una costituente della sinistra risente dell’influsso negativo di un pensiero debole proprio nel momento in cui al vortice dei nuovi mutamenti sociali dobbiamo poter contrapporre la forza dinamica di una rifondazione comunista che sappia far tesoro di quelle acquisizioni politico-culturali che ci hanno consentito a lungo di attraversare la società e partecipare al grande progetto rivoluzionario espresso dal movimento per un'altra globalizzazone che oggi ha bisogno di essere rivitalizzato come e più di noi.

Non dobbiamo quindi rinunciare alla sperimentazione di nuove pratiche organizzative e di azione politica attraverso cui dare libero sfogo alla nostra critica a quel potere che si esprime nelle forme violente del patriarcato e delle gerarchie neoliberali. Alle forme di quel potere dobbiamo saper opporre il nostro disegno strategico che passa attraverso la costruzione di una nuova soggettività politica anticapitalistica che non rinunci a se stessa in nome di una vaga unità di ceti politici ma piuttosto si rafforzi dentro il progetto di costruzione di una sinistra sociale e politica plurale dove chiunque possa importare dentro il contesto unitario la ricchezza della propria soggettività vissuta dunque come risorsa e non come ostacolo.

Per far questo occorre, anche tra di noi, un grande sforzo di unità. Tutte le compagne e i compagni che hanno creduto e credono nel progetto politico della rifondazione comunista oggi hanno il dovere di rimboccarsi le maniche e insieme avviare la ricostruzione di un pensiero e una pratica comunista in Italia dentro un progetto strategico di alleanza con le altre forze della sinistra sociale e politica.

Questo però non sarà possibile senza una volontà seria e condivisa di rilanciare il nostro partito, di riformarne la struttura, le forme e soprattutto le pratiche nel riconoscimento di un’etica politica che ci consenta di poter rivendicare oggi come un tempo la nostra diversità rispetto alla “casta”. Non un partito di soli militanti professionisti, ma neanche un partito ridotto ad aggregato di comitati elettorali. Un partito di militanti e iscritti, certo, ma che quanto meno questi iscritti siano consapevoli di esserlo. Un partito che sappia valorizzare le sue donne e i suoi uomini nelle istituzioni senza però esserne subalterno. Un partito dunque che sappia praticare la strada del governo, senza schiacciarsi dentro logiche governiste, anche a livello locale, e che sappia costruire politica dentro la giungla contraddittoria della società contemporanea, non declamando ma praticando la democrazia anche al proprio interno.      

L’alternativa a questo sforzo unitario che deve partire dal nostro interno è il baratro sociale, è la barbarie neoliberale e neofascista. A questo approdo dobbiamo contrapporre democrazia e socialismo.

Buon Congresso a tutte e tutti.

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venerdì, luglio 11, 2008

Da un articolo di Checchino Antonini pubblicato ieri su Liberazione …


L’odissea della mattanza alla scuola Diaz (Genova 2001)

La coltellata all'agente fu un'invenzione del celerino che disse di essere stato aggredito. E non fu certo un errore l'irruzione nel quartier generale del Genoa social forum di fronte alla Diaz. Il pm Francesco Cardona Albini parla con calma, senza enfasi alcuna. Ma anche senza alcuna ambiguità. E le versioni ufficiali sulla mattanza cilena nel dormitorio dei no global si sgretolano con l'avanzare della requisitoria. Ieri la terza udienza nell'aula bunker del Palazzo di Giustizia di Genova.

E i tempi della richiesta delle pene, tant'è la minuziosità della ricostruzione, slittano ancora. Non prima di mercoledì prossimo sarà possibile ascoltare le conclusioni della pubblica accusa nel procedimento che vede indagati a vario titolo 29 funzionari, anche alti, della polizia di stato imputati per le violenze e gli abusi che sfociarono nell'arresto illegittimo di 93 persone (62 delle quali gravemente ferite) da esibire a un'opinione pubblica imbarazzata dall'inerzia mostrata con le scorrerie dei cosiddetti black bloc.

Era la notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001. Ieri Cardona Albini ha rifatto la storia delle perizie sul giubbotto del celerino "accoltellato" e ha ricostruito l'irruzione nella scuola di fronte a quella del massacro. A caldo, l'agente, sostenuto da numerose testimonianze di colleghi, disse di essersi beccato un solo fendente. I Ris di Roma lo avrebbero smentito dicendo che c'era più di un taglio. Così il poliziotto cambiò versione ma i testimoni diretti si volatizzeranno trasformandosi in fonti indirette.

E i tagli sul giubbotto non corrisponderebbero a quelli sul corpetto sottostante. Per il pm si sarebbe inventato tutto, anche se uno dei difensori, in corridoio, prova a dire che quell'agente è un «semplice, uno incapace di mentire». Il pm non sembra avere dubbi: che sia «per un'intesa istantanea coi suoi superiori, o per un'adesione spontanea, fu una simulazione» e la versione ufficiale è «colma di incongruenze». Per esempio, nulla fu tentato per identificare l'aggressore. Insomma, la simulazione «serviva a dimostrare che ci fu una qualche resistenza armata», e il suo «recepimento acritico fu funzionale all'economia dell'operazione». E chi, più del VII nucleo della Celere, i Canterini boys, aveva «esigenza di dare conto della sproporzione tra aggressori e aggrediti»? Fu una «mossa istintiva e una poco ragionata risposta a quanto accaduto, prima attività di falsa rappresentazione generata dalla consapevolezza del danno, anche per giustificare i vertici».

Pure l'irruzione alla Pascoli, l'edificio di fronte, fu «funzionale all'operazione in corso alla Diaz. Non foss'altro che per impedire che dal media center si capisse tutto ciò che stava succedendo. Non potevano non sapere, almeno i capi dei 59 agenti che presero parte al blitz, che quella era la sede del Gsf. Fu anche staccata la spina di Radio Gap, è stato ricordato, nell'irruzione «determinata, che travolse agevolmente le barriere rudimentali messe per frenare l'irruenza delle guardie, con iniziale uso di manganelli».

 La gente fu costretta faccia a terra o al muro, mani dietro la nuca, in ginocchio o seduta dagli uomini delle squadre mobili di Genova, Roma e Nuoro (con la pettorina), uomini dell'anticrimine (con divisa atlantica) pochi minuti dopo l'irruzione alla Diaz (per questo non regge la tesi dell'errore) mentre altri in borghese arraffavano o distruggevano quello che capitava: floppy disc, macchine fotografiche, telefonini, pezzi di computer, maschere antigas. La tensione si allenterà, in un'«atmosfera surreale», solo quando si materializzerà al 2° piano l'europarlamentare del Prc Luisa Morgantini e, dopo di lei, la deputata Prc Graziella Mascia e una troupe del Tg3 tanto che l'economista filippino, Walden Bello, era euforico quando esclamava con le mani ancora alzate: «Prensa! Prensa!».

Testimoni e video «consolidano il quadro investigativo» con «consistenti riscontri», secondo la pubblica accusa che spiegherà anche l'irruzione nella stanza dei legali da cui furono trafugati computer e liste cartacee. Durò almeno mezz'ora. Troppo davvero per avallare la tesi difensiva dell'errore. Non c'era sospetto della presenza di armi, non c'era alcun mandato: per il pm l'«abusività era evidente» come pure la «piena consapevolezza di un'operazione in parallelo con quella nell'altra scuola» «anche al fine di impedire di documentare quello che accadeva alla Diaz». E il catalogo dei reati è impressionante: perquisizione arbitraria, violenza privata, danneggiamenti dolosi aggravati, appropriazione indebita a seguito di danneggiamenti, peculato. Il materiale processuale è «significativo», s'è detto. «Purtroppo questo è successo».

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venerdì, luglio 04, 2008

Condivido le preoccupazioni di Fabio Amato, responsabile esteri di Rifondazione, sulla questione colombiana, per questo ve le propongo anche se parzialmente ritoccate ...

 

La Bentacourt è libera ... e ora?

Ingrid Betancourt è libera. Liberata attraverso un'operazione fortunatamente incruenta che ha evidenziato l'appoggio politico militare di Washington al governo Uribe e la progressiva difficoltà della guerriglia, debilitata dalla perdita di Tirofijo, dall'assassinio del suo braccio diplomatico, dalla resa di importanti comandanti, dalle infiltrazioni ai massimi livelli.
Una volta espressa la soddisfazione per la fine di un sequestro, la domanda che va posta è se ora sarà più o meno semplice raggiungere una pace in Colombia.
Un rilascio unilaterale da parte delle Farc, o uno scambio umanitario, avrebbero indubbiamente contribuito a far avanzare un processo di pace. Il rischio è che ora questo processo venga sepolto dalla volontà di risolvere militarmente il conflitto politico armato, dal momento che ora il governo di Bogotà può avvalersi del prestigio che questa operazione consegna a Uribe. Ma senza un riconoscimento della natura politica del conflitto colombiano difficilmente si potrà arrivare a una pace, né è sufficiente una brillante operazione di intelligence a cambiare la natura nefasta del governo Uribe, ostile a qualsiasi trattativa. Continuiamo a credere che l'unica via per porre fine al conflitto non sia quella militare, ma quella politico-negoziale.
Una volta liberato l'ostaggio più famoso i riflettori rimarranno accesi o si spegneranno su ciò che realmente accade in quel paese? Oppure i paramilitari e l'apparato poliziesco militare potranno continuare a uccidere e a terrorizzare impunemente sindacalisti, giornalisti, contadini, attivisti dei diritti umani? Pochi sanno per esempio che proprio poche settimane fa sono stati incriminati anche diversi senatori di tutte le fazioni dell'opposizione che si erano spesi a favore dello scambio umanitario, con l'accusa inventata di essere fiancheggiatori delle Farc.
La violenza endemica della società colombiana non è frutto della guerriglia, ma del suo modello sociale, del latifondismo criminale, del narcotraffico dominante, di secoli di arbitrii e soprusi di una delle oligarchie più feroci del continente. Liberata la Betancourt, i media internazionali parleranno della violenza quotidiana del regime, del terrorismo di Stato, dei tanti anonimi contadini, dirigenti sindacali, studenti che scompaiono o vengono uccisi per le loro idee o per difendere i loro diritti? Leggeremo pagine intere del Corriere o di Repubblica sulla realtà di  uno Stato oligarchico dove il 4% della popolazione è padrone del 67% delle terre coltivabili?
José Steinsleger, scrittore e giornalista argentino, in articoli apparsi su La Jornada del Messico nel Giugno 2006, ci racconta qual è la Colombia di Uribe, cioè di un governo complice di paramilitari e narcotrafficanti. Vale la pena riprendere alcuni dei dati che ricorda:


"Dati recenti delle Nazioni Unite stimano che su un totale di 43 milioni di abitanti, il 31 per cento sussiste nell'indigenza, il 64.2 vive sotto la soglia di povertà, il 17% è disoccupato (2.5 milioni), il 40 per cento vive del sottoimpiego (6.8 milioni) e 4.1 milioni si muovono nel settore cosiddetto ‘informale’.Più della metà dei colombiani economicamente attivi (22 milioni) vive di essenziale, mentre, secondo la Banca Mondiale, il rapporto ricchi-poveri è di 1-80, quando nel decennio 1990 era di 1-52. E su un totale di 8 milioni di lavoratori, solo la metà guadagna il salario minimo o ha un contratto di lavoro. In un paese celebre per i suoi stregoni e fattucchieri, sembra che i governanti abbiamo trovato l'alchimia perfetta dell'ingiustizia strutturale: delega del mandato attraverso congiure "democratiche", criminalizzazione della protesta sociale, sterminio sistematico di dirigenti e militanti delle cause democratiche e popolari, massacri nelle campagne ed in città in pieno giorno e con l'assoluta e totale impunità degli assassini sono alcune delle forme, misteriose, dello sterminio sociale.
Senza guerre di invasione che giustifichino ciò, le oligarchie colombiane hanno causato nella scorsa metà del secolo la morte violenta di 200 mila persone, approssimativamente. Nel 1996, mille e 900 candidati rinunciarono a presentarsi ai comizi elettorali locali, 49 sindaci e consiglieri morirono assassinati e più di 80 vennero sequestrati La Colombia è leader mondiale negli assassini mirati di dirigenti popolari e sindacali: 1500 dal 1987 al 1992, 3 000 da allora ad oggi. Una commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha precisato che "... nel 2005 si è concretizzata la più grave operazione di impunità, specialmente per quanto riguarda le migliaia di violazioni commesse dai gruppi paramilitari". Un rapporto della Croce Rossa Internazionale stima che nello stesso anno sono stati registrati 55.327 profughi interni e 317 sparizioni forzate (aumento del 13.6 per cento in relazione al 2004). Secondo la testimonianza di Rafael Garcia, ex direttore informatico del DAS (sicurezza di Stato), esistono delle liste nere di professori, sindacalisti ed attivisti per i diritti umani elaborate da tale istituzione, e quindi assassinati. Alfredo Correa de Andreis, ingegnere agronomo, sociologo ed ex rettore dell'Università di Magdalena, venne fatto sparire e quindi ucciso il 17 settembre del 2004 mentre lavorava ad un'indagine sui rifugiati negli stati Bolivar ed Atlantico.
Delle cinque nazionalità che rappresentano la metà dei rifugiati rilevati nel 2005 dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR, 8.4 milioni), l'Afghanistan occupa il primo posto (2.9 milioni), seguito da Colombia (2.5 milioni), Iraq (1.8 milioni), Sudan (1.6 milioni) e Somalia (839 mila). Per quanto riguarda i 'profughi interni' (20.8 milioni), la Colombia occupa il primo posto (2 milioni), seguita da Iraq (1.6 milioni), Pakistan (1.1 milioni), Sudan (1 milione) e Afghanistan (912.000)."
Tutti i processi di pace, non ultimo quello recente finalizzato allo scambio umanitario, sono stati sistematicamente boicottati da parte dei governi e dell'oligarchia colombiana, con assassini e azioni militari. "Nel 1957 il capo guerrigliero liberale Gustavo Salcedo consegnò le armi, negoziò la pace con il governo e venne assassinato.
E mentre si recava ad un'altra riunione di pace, cadde l'aereo del capo guerrigliero Jaime Bateman (M-19, Movimento del 19 Aprile). E nel 1983, il guerrigliero Oscar Calvo (Esercito Popolare di Liberazione), rappresentante in una commissione per i negoziati di pace, morì assassinato. I candidati presidenziali Jaime Pardo Leal (1987), Luis Carlos Gal’n (1989) e Bernardo Jaramillo (1990) sono stati assassinati. Carlos Pizarro, altro capo dell'M-19 propizio al dialogo, è stato assassinato (1990). In pieno negoziato con il governo, il presidente César Gaviria ordinò il bombardamento dell'accampamento centrale delle FARC.
Nel 2001 l'Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) liberò 45 soldati come gesto di buona volontà, ed il presidente Andrés Pastrana mandò a bombardare i suoi effettivi. E nel 2002, al tramonto del suo mandato, Pastrana decise la fine dei negoziati e bombardò gli accampamenti delle FARC."

 

Pochi mesi fa, Uribe, violando l'integrità territoriale dell'Equador, ha fatto assassinare Raul Reyes, il numero due delle Farc, uomo chiave nelle trattative per la liberazione della Betancourt. La Colombia rappresenta un paese chiave in America latina. E' l'alleato più fedele, nonché uno degli ultimi, dell'amministrazione nord americana nel conosur. Per questo riceve miliardi di dollari di aiuti militari, attraverso il plan Colombia. Per questo viene protetto nonostante l'impresentabilità dei suoi governanti. E' una costante spina del fianco del tentativo di procedere ad un'integrazione latinoamericana indipendente da Washington. Insieme alla sinistra latino americana, nel recente Foro di San Paolo, abbiamo deciso di impegnarci insieme per la Pace in Colombia. E' un impegno che vale ancora, a maggior ragione oggi,  perché si conosca ciò che accade in questo paese. Perché possa liberarsi dalle sue ingiustizie e dalla guerra, da un governo corrotto e violento. Perché tutto il popolo Colombiano possa, attraverso un processo di pace reale e giusto, dismettere la sua militarizzazione e riacquistare la speranza e la libertà, come oggi accade per Ingrid  Betancourt.

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giovedì, luglio 03, 2008

Tutte e tutti siamo rom

L’atteggiamento xenofobo sollecitato dal governo nei confronti del popolo Rom ha raggiunto livelli insostenibili. La scelta di raccogliere le impronte digitali anche ai minori ci fa tornare alla mente periodi storici che vorremmo relegati nei meandri più oscuri della storia e il rischio oggi è che questi provvedimenti già criticati dalla comunità internazionale vengano implementati col consenso dell’opinione pubblica. In questo modo non si colpiscono i criminali ma si etichetta come tale un intero popolo. L’unico popolo che non ha mai dichiarato guerra a nessuno e che per questa ragione oggi è candidato al premio Nobel per la pace. E dire che la stessa teoria della devianza ci avverte del rischio criminogeno di certe azioni.

La “stigmatizzazione”, intesa come fenomeno sociale che attribuisce una connotazione negativa a un membro (o a un gruppo) della comunità in modo da declassarlo a un livello inferiore può infatti determinare di per sé la devianza che intende additare. La sociologia ha evidenziato l'importanza dei processi di stigmatizzazione nella formazione dell'identità criminale e nel suo consolidamento in un vero e proprio progetto di vita deviante. In altre parole, talvolta è la stessa reazione sociale squalificante ed emarginante nei confronti della devianza e della criminalità ad agire come fattore criminogeno. La teoria dell'etichettamento (labelling theory) punta il dito sulle conseguenze negative della stigmatizzazione ed è alla base dell'approccio proprio nei confronti della criminalità minorile che si fonda sull'evitare il più possibile la carcerazione per i minori e la loro esclusione dal normale circuito delle relazioni sociali.

Come Rifondazione Comunista invitiamo dunque iscritti, simpatizzanti, cittadine  e cittadini che non hanno perso il senso dell’indignazione a partecipare all’iniziativa "Prenditi le nostre impronte, non toccare i bambini e le bambine rom”, promossa tra gli altri dall’Arci con l’adesione dell’Associazione nazionale deportati Aned e il contributo di artisti come Moni Ovadia, Ascanio Celestini e Dacia Maraini. Le parole non bastano più. Tutte le coscienze illuminate, tutti i democratici hanno il dovere di fare qualcosa contro le schedature razziste che il ministro Maroni vuole applicare persino sui bambini del popolo più indigente e perseguitato d’Europa. Dice bene Nicotra quando afferma che il governo delle destre intende passare dalla discriminazione alla vera e propria criminalizzazione razziale. Si marchiano i più deboli mentre si sospendono i processi dei potenti. In questo modo si incoraggiano sentimenti di odio e di supremazia razziale. Si demoliscono i principi fondamentali del diritto democratico e con essi il vivere e il convivere civile. Per questo oggi dobbiamo gridare con rabbia e orgoglio che di fronte a questa campagna persecutoria siamo tutti rom. Tutti siamo colpiti da questo razzismo di stato che sollecita un’ondata di brutalità e di intolleranza che minaccia di estendersi a tutti i diversi. Non bastano i richiami della comunità internazionale, la storia ce lo insegna. Il male che progredisce in Italia contro i campi nomadi, la pulizia etnica propugnata con disinvoltura da tanti amministratori, può essere fermata solo con un’azione consapevole delle cittadine e dei cittadini italiani. Dobbiamo tradurre in moto di popolo, in manifestazioni capillari di dissenso, di disobbedienza civile, questo senso di indignazione. Per questa ragione la prossima settimana saremo nei compi rom di Roma e Milano in fila con le nostre sorelle e i nostri fratelli Rom per consegnare anche noi le nostre impronte digitali. Ci faremo schedare con loro, per la decenza contro la barbarie.

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martedì, luglio 01, 2008

Vi propongo di seguito la lettera aperta del segretario PRC di Brindisi, il compagno Nicola Cesaria, che condivido nello spirito. Quello che sta succedendo nel nostro partito ci indica una crisi morale che nessun  congresso o resa dei conti potrà risolvere. Sarebbe bello che quelle compagne e compagni che oggi “giocano sporco” capissero che il comunismo non è solo una rivendicazione vuota, ma un sistema di pratiche che danno il segno di una coerenza etica …

 

Perché, comunque vada, ho perso questo congresso

Ho perso il congresso, questo è certo. Non mi riferisco alla mozione che ho sottoscritto, ma alle modalità con cui si sta effettuando il congresso, per lo meno nella mia regione, la Puglia. Ho cercato in tutte le maniere di battermi perché qualunque mozione si condividesse, ci si ascoltasse e ci si confrontasse con il dubbio che avesse ragione l'altro e la curiosità di scoprire le ragioni altrui. Perché questo tour de force estivo potesse diventare un grande processo di discussione coinvolgente quanti più compagni possibile perché questa nostra crisi, perfino questo congresso a documenti contrapposti, si potesse trasformare in un arricchimento per tutti. Nelle settimane scorse arrivavano notizie, dalle altre federazioni, di strani fenomeni: un nuovo circolo aziendale aperto a Bari all'indomani dell'indizione del congresso che avrebbe fatto 70 iscrizioni in pochi giorni, una compagna costretta a rinunciare al rinnovo del contratto di collaborazione con la Regione Puglia perché avendo sottoscritto un mozione diversa dall'Assessore si era perso il "rapporto fiduciario", una serie di noti collaboratori della Regione Puglia che decidevano improvvisamente di iscriversi al Partito. Ma i primi congressi a cui avevo partecipato si erano svolti regolarmente, una partecipazione talvolta un po' più alta rispetto al solito, qualche acredine eccessiva qua e là, ma nulla di eclatante. Giovedì vado a presentare la mozione 1 al congresso di San Pancrazio, un circolo di un comune relativamente piccolo circa 10mila abitanti, 88 tessere nel 2007. Inizia il congresso: una quindicina i presenti, si illustrano le mozioni, intervengono 2 compagni, le repliche dei presentatori, le conclusioni, nel frattempo incomincia ad entrare qualche altro compagno. Sono le 19.10 penso che finirà molto presto e forse arriverò a casa in tempo per vedere la partita. Il garante propone di incominciare le votazioni, ma il segretario ci dice che nella lettera di convocazione si è annunciato le votazioni alle 19.30 e qualche compagno arriverà più tardi, si incomincia a litigare fra chi vorrebbe votare subito e chi vuole aspettare l'orario stabilito.
Alle 19.30 la sala si riempie e non solo la sala, ma anche il marciapiede davanti al circolo e poi la strada... Conclusione: 92 voti a zero per la mozione 2 su 145 iscritti, la quasi totalità delle tessere 2008 sono state utilizzate per tesserare i nuovi iscritti. Torno in federazione controllo i cedolini, è effettivamente così, 72 nuove iscrizioni, è stato perfino iscritto il coordinatore cittadino di Sd, che conosco molto bene che è stato eletto il 17 giugno nel coordinamento provinciale di Sd. Venerdì vado a Mesagne, il circolo più grosso in provincia schierato maggioritariamente per la mozione 2. La mattina, memore del giorno prima, controllo le tessere che hanno consegnato: 214, stupore anche qua, ben 189 sono nuove iscrizioni incomincio a leggere i nomi, non conosco quasi nessuno ma anche qui c'è il coordinatore di Sd, un noto cardiologo, assessore per i Ds nell'ultima giunta di centrosinistra del paese, anche lui eletto nel direttivo provinciale di Sd la settimana scorsa. Vado al congresso molto sfiduciato ma sperando che si possa comunque discutere. Questa volta non devo presentare la mozione, vado proprio per vedere, stessa prassi del giorno prima: 30 40 tra compagni e invitati, la relazione del segretario, la presentazioni delle mozioni, i saluti degli invitati. Inizia il dibattito si alza un compagno, un socialista che conosco da anni, poi passato con Sinistra democratica che rappresentava nelle ultime elezioni nella Sinistra arcobaleno, inizia l'intervento e dichiara: «non sono comunista non lo sono mai stato ma mi sono iscritto a Rifondazione perché voglio contribuire alla mozione Vendola e perché credo che si debba costruire una sinistra unita che abbia come riferimento il partito del socialismo europeo». Qualche compagno si guarda in giro sbalordito. Dopo un paio d'interventi si conclude il dibattito e si passa alle repliche, nel mentre il cortile del comune dove ci trovavamo incomincia a animarsi sempre più, esco fuori per comprare le sigarette e ci sono perfino i vigili urbani per dirigere il traffico impedito dall'affluire dei votanti. All'ingresso c'era chi avvisava come votare, ho incontrato una mia alunna che, nell'interminabile appello tentava di scappare trattenuta dal padre che le imponeva di aspettare. Conclusione: 252 voti, non è un refuso duecentocinquantadue alla mozione 2, 1 alla mozione 1 e 8 alla 4, compagni storici del circolo. A me e a Iacopo, il presentatore della quarta mozione, ci dicono: «la gran parte di questa gente noi non l'abbiamo mai vista». Il segretario regionale gongola, tra il goliardico e lo scherzoso dice «abbiamo battuto il circolo di Portici mando un messaggio a Peppe così lo faccio morire d'invidia». Gli dico «guarda che così il partito lo distruggiamo, e se questo può essere un vantaggio per la tua mozione, si ripercuoterà contro tutti», risposta: «il regolamento l'avete votato voi, io ho votato contro».
Ho perso, sì questo congresso. L'ho perso, adesso anche i circoli a cui avevo raccomandato la sobrietà e la correttezza si vanno organizzando, non è più una discussione è uno scontro. Non è più importante provare a convincersi vicendevolmente, bisogna portare iscritti, anche dell'ultim'ora a votare. E' come se il congresso si fosse trasformato in elezioni primarie, quelle per Vendola che ci avevano visto, tutti, lavorare notte e giorno per convincere e poi portare a votare tanti e tante perché la partecipazione ci regalasse un sogno, una speranza, che per la prima volta si era poi realizzata.
La mia convinzione che si potesse discutere tutti e tutte da "liberamente comunisti" come ci autodefinivamo alla fondazione, è stata sconfitta, siamo alla misera conta di chi riesce a portare più amici, clienti (siamo al sud). Sono stato un illuso a pensare che almeno nel nostro partito, anche nell'asprezza della battaglia congressuale, ci si potesse confrontare con regole democratiche, che a discutere e a decidere fossero i compagni che hanno tirato la carretta per tanti anni e anche chi all'indomani delle elezioni magari, non avendoci votato aveva deciso di iscriversi per aiutarci. Sono certo che Nichi non sia responsabile di queste nefandezze e, proprio perché non ho dubbi di questo, chiedo che lui, come tutti i firmatari delle diverse mozioni, si adoperino perché si annullino tutti i congressi, qualunque mozione si sia affermata, dove vi siano eccessivi aumenti di tessere e di votanti. Perché lo dobbiamo alla nostra gente e perché chiunque vinca possa essere certo di aver convinto la nostra comunità e non vinto perché qualcuno ha barato. Io da parte mia continuerò ad adoperarmi perché il congresso si svolga regolarmente.

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sabato, giugno 28, 2008

Vi inoltro volentieri questo appello che mi arriva dai compagni di maschile-plurale alle cui attività mi capita sovente di partecipare portando con me tutto il mio bagaglio di contraddizioni ...  

 

Per una maschilità de-generante!

Da anni ci interroghiamo in quanto uomini sui modi con cui si determina la violenza maschile contro le donne. Dall'ottobre del 2006, dopo aver promosso un appello pubblico contro la violenza alle donne, a cui hanno aderito centinaia di uomini di tutta Italia,  abbiamo dato vita ad una rete nazionale di uomini impegnati su questo tema. Di questa rete fanno parte maschi di diverso orientamento sessuale. Abbiamo verificato nei nostri vissuti e posto alla base del nostro modo di fare politica: il fatto che la cultura patriarcale e maschilista sia uno dei principali fattori grazie ai quali permane nelle varie società, nelle culture e negli individui la spinta ad opprimere e sopprimere le voci che vorrebbero rompere quello schema per ottenere libertà e autodeterminazione. Dal confronto con le donne, abbiamo imparato a percepirci come una delle possibilità di guardare il mondo, non come quella che deve costituire la norma. Siamo diventati consapevoli che ciò che in maniera neutra chiamavamo "Storia" (e, di volta in volta, "Scienza", "Cultura", "Politica", .) era in effetti il dispositivo sessuato con cui il maschile tradizionale nascondeva la propria parzialità e costruiva il mondo del proprio dominio.

Educati sin da piccoli al predominio in quanto uomini, non è stato e non è semplice per molti: guardare alle donne come soggetti auto-determinati. Ma è ancora più difficile essere consapevoli delle differenze fra noi uomini, anche a partire dall'orientamento sessuale, e ascoltare le differenti declinazioni di quell'esperienza comune che &